| Stockhausen: recensione di Elisa Davoglio |
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| domenica 03 gennaio 2010 | |
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«Conny Stockhausen è un autore poliedrico e giovanissimo. Il termine giovanissimo, anche se può adeguatamente essere rivolto alla sua età anagrafica, si addice anche alla sua poesia, particolarmente vivace e ricca di spunti che suggeriscono una via di scoperta sulla quale ancora Conny Stockhausen va meditando. A dispetto del nome d’arte (cognome d’arte soprattutto) che si è scelto, l’autore non ci rammenta una dinamica seriale nei suoi componimenti, bensì dinamiche niente affatto ripetitive che si accendono di volta in volta con nuovi toni e proponimenti.
Definire Conny Stockhausen un autore “giovane”, ci torna utile per intravedere nei suoi passaggi lirici una ricerca che è propria degli inizi e che rivisita se stessa oltre che consolidare una propria originalità. “Passatemi il nastro isolante | in modo che io possa sentirmi | ancora intero”: sfida e ironia sono due elementi costanti nella scrittura dell’autore, alimentati da una forza dolorosa che si astiene da ogni pietismo o compiacimento ma affonda nell’universo esteriore di chi scrive, motivando la necessità di esprimersi al di fuori di ogni dogma. “Nella stanza eravamo io, | il letto | e una luce rossa. | Proveniva da sotto, | facendomi sentire solo | assieme alla mia ombra | imperfetta sul muro”: la maggiore capacità di Conny Stockhausen è quella di inventarsi la realtà a partire da immagini minime, costruendo con fantasia la propria “imperfezione”, tramutandola in messaggio spesso ironico, a volte estremamente cinico. La forma che l’autore segue è quella libera, anche se si nota nei testi l’adempimento a un ritmo costituito dal susseguirsi di simbologie che “dettano” il tempo e motivano la costanza narrativa di Conny Stockhausen, compositore a pieno titolo di moderne e prosastiche sinfonie.» [Elisa Davoglio] |
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